lunedì 24 febbraio 2014

Al più B.

Premessa “Al più B”.

Non so di preciso a cosa o a chi possa servire ciò che racconto, se non a me stesso. Certo, mi piace pensare, facendo un lavoro che si basa sulle immagini, che a qualcuno possa interessare, leggendo ciò che scrivo, comprendere meglio i miei processi mentali per leggere con maggiore “profondità” la mia attività da fotografo. 
In realtà credo sia più semplice, più vicina alla realtà una seconda ipotesi, e cioè che magari, leggendo dentro la mia testa, a qualcuno venga voglia di guardare le mie foto, e già questo sarebbe un risultato da non sottovalutare.
Uso questo spazio come farei, credo, se mi trovassi ad andare da uno psicologo o meglio da uno psichiatra per farmi psicanalizzare. Certo, non conosco la psichiatria così da dire con sicurezza su quali linee muovere ciò che racconto, semplicemente gioco a far finta che il mio psichiatra immaginario mi abbia chiesto di raccontare ad ogni mia seduta quello che ho voglia di ricordare prendendo spunto a caso dal passato più lontano e da quello più vicino oppure, in alternativa, che mi abbia spinto a tirar fuori i miei sogni, ciò che desidero per il mio futuro a partire dalle prossime ore fino ad arrivare ai prossimi "x" anni.
Credo che questa breve premessa sia legata al fatto che in effetti non ho idea del perché esista questo spazio e, soprattutto, del motivo per cui sento la necessità, e la sento fortissima, che conoscenti, estranei, clienti, collaboratori, follower di ogni social network, amici, ex amici, nemici, ex nemici, parenti, serpenti, fidanzata, ex fidanzate possano guardare dentro i miei ricordi, dentro i miei sogni in modo così diretto. È chiaro che, per evitare fraintendimenti con amici, parenti e fidanzata, alcune delle categorie sopraelencate, a diversi livelli, già possiede le chiavi per accedere a ricordi e sogni.


Postilla alla premessa che è anche la premessa al post “Al più B”.

Per chi è riuscito a leggere fino a questo punto, ritengo doveroso dire che la premessa già soddisfa il mio desiderio di raccontare qualcosa. Pur non di meno, mi sento costretto dal mio psichiatra immaginario a raccontare cosa è, o meglio cosa fu, “Al più B”.


“Al più B”.

Credo che ognuno possegga una sua coperta di Linus o meglio qualcosa che lo faccia sentire al sicuro, protetto. Io, in tal senso, ho diversi oggetti che si potrebbero paragonare ad una coperta di Linus, diverse “cose” che mi appartengono da quando esisto al mondo. Non mi ritengo una persona attaccata alle cose, ma ad alcune cose si. Questo perché mi capita spesso di conservare i miei ricordi negli oggetti. Ad esempio i maglioni di lana. Ecco, prendendo in mano un vecchio maglione, lo annuso, lo sfioro, ne leggo l'etichetta e ritorno rapidamente all'anno in cui quello è stato acquistato o regalato, ad occasioni in cui l'ho adoperato, rivivo stati d’animo, pensieri, paure, ma anche situazioni ben precise con persone, date e luoghi precisi: esami, giorni normali, pranzi a casa con i miei genitori e mia sorella, colleghi dell'Università, file alla posta, passeggiate. Potrei continuare all’infinito, ma credo di aver chiarito abbastanza cosa intendo dire.
Oltre questi oggetti, come coperta di Linus, ho scoperto che per me sono terapeutici i luoghi che conservano la loro stessa storia, e se si tratta di una storia che va dalla fine degli anni ’60 fino alla fine degli anni ’80, per me è il top, lì mi sento al sicuro. Sono nato e cresciuto a Palermo, in una casa che si trova al tredicesimo piano di un palazzone costruito intorno (credo) alla metà degli anni ’70 in via Giovanni Campolo, 92. È chiaro che questo è uno dei luoghi del mondo che mi da quella sensazione di sicurezza di cui sopra. 
In realtà uno degli elementi di questo edificio che oggi ritengo più interessanti da raccontare è il bar accanto la portineria, il bar “Al più B”, del signor Santo, Santo Sorrentino. 
Questo bar era il luogo di passaggio tra la vita fuori casa e quella dentro casa, tra lo stress infantile per la scuola e la serenità della mia camera, tra l’umidità e la pioggia ed il caldo rassicurante della cucina di casa. Era il luogo dove compravo la merenda, dove mi conoscevano tutti perché mi avevano conosciuto in carrozzella, dove a volte insieme alla mia famiglia si pranzava perché c'era anche una piccola zona ristorante. I banconi erano di legno scuro e lucido con i piani in alluminio satinato dall’usura, il pavimento di un finto cotto scuro a forma di esagoni. Ricordo il profumo della rosticceria, le vetrate del locale appannate, i banconisti, la moglie del signor Santo alla cassa, il retro con il telefono a gettoni accanto ai bagni. 
Ho vaghi ricordi anche della figlia del proprietario, di cui non ricordo il nome di battesimo, che mi ha anche fatto da baby sitter per un certo periodo. Ricordo questo posto a tutte le mie età, da quando ho memoria fino a quando, negli anni '90, ha chiuso ed è diventato un ristorante cinese.
I luoghi cambiano uso, gli oggetti si rompono, si esauriscono, smettono di esistere, ma la memoria non smette mai di renderli presenti, pronti a regalarti una piccola emozione.



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